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IL TRICOLORE. Dialogo tra Arte e Storia

di Alessandro Paglia

La bandiera verde-bianco-rosso accompagna la storia d’Italia da quando è nata, il 7 Gennaio 1797. Da subito è stata simbolo di Unità, Indipendenza e Libertà del Paese.

La letteratura sul Tricolore è vasta e la biblioteca del Museo Nazionale del Tricolore di Reggio Emilia ne dà testimonianza.
Tra le migliaia di sue rappresentazioni ci sono quelle legate alle vicende drammatiche della Redenzione sofferta con le guerre del Risorgimento e quelle gioiose della Vittoria e della Pace raggiunta. Queste vicende hanno commosso e ispirato grandi artisti che le hanno illustrate in punta di pennello.
Sono qui riportati alcuni esempi di illustrazioni del Tricolore “grandi firme” in cui Storia, Cultura e Pittura si fondono e concorrono nell’esprimere i sentimenti vissuti – quindi reali, non recitati – dai cittadini nei riguardi della propria bandiera nazionale.

I tre colori dei grandi maestri

È notorio che colui che “preconizzò” i tre colori, secondo la locuzione di Carducci, fu Dante Alighieri.
Nella Divina Commedia, canto XXX del Purgatorio, Beatrice appare a Dante vestita con i tre colori: “Sovra candido vel cinta d’uliva / donna m’apparve, sotto verde manto / vestita di color di fiamma viva”. I colori rappresentano per Dante le tre virtù teologali: la Speranza nel verde, la Fede nel bianco velo e la Carità nel rosso.
Il pittore preraffaellita Henry Holiday lo ricorda facendo incontrare Dante e Beatrice al Ponte di Santa Trinita sull’Arno. I colori delle vesti dei personaggi sono quelli della veste di Beatrice nella Divina Commedia.

 

Henry Holiday, “Dante incontra Beatrice”, 1884-1886, olio su tela cm 142,2×203
(Walker Art Gallery, Liverpool – Immagine Wikipedia Commons)

 

I tre colori divennero bandiera nazionale con il Risorgimento e i simboli teologali furono tradotti in virtù patriottiche da Carducci nella festa del centenario celebrato nel 1897: “il bianco è la Fede serena alle idee che fanno divina l’anima, il verde la perpetua rifioritura della speranza nel bene, il rosso la passione e il sangue dei martiri e degli eroi”.
L’emigrazione dalla letteratura alla pittura dei tre colori complementari – che posizionati uno accanto all’altro si esaltano a vicenda – era già avvenuta molto prima con Piero della Francesca che aveva dipinto la Maddalena (1460-1466) vestita dei tre colori: una Maddalena redenta, solenne, meditativa, umana.
D’Annunzio quando la vide esclamò meravigliato: “Ma questa è l’Italia”.

 

Piero della Francesca, “La Maddalena”, 1460-1465, affresco cm 190×105
(Cattedrale di San Donato, Arezzo)

 

Tiziano, cento anni dopo, riprende il tema della Maddalena vestendola con l’armonia degli stessi colori in un dipinto ad olio: una signora dai capelli rossi a mezzo busto. L’opera ebbe un tale successo che, a richiesta, dalla sua bottega ne uscirono una decina.
Decenni dopo Caravaggio si ispira a Tiziano. La sua Maddalena è però una donna del popolo accovacciata, penitente, che sta piangendo. Parafrasando D’Annunzio, si può dire che essa rappresenti l’Italia divisa e sofferente sotto il dominio straniero. Anche la Maddalena di Caravaggio piacque. Si stima che l’abbia replicata dieci volte come Tiziano. A seguire, i tanti imitatori di Tiziano e di Caravaggio non si contano.

 

Tiziano Vecellio, “La Maddalena penitente”, 1565, olio su tavola cm 119×98
(Museo Ermitage, San Pietroburgo – Immagine Wikipedia Commons)

 

Caravaggio, “La Maddalena penitente”, 1594-95, olio su tela cm 122×98
(Galleria Doria Pamphily, Roma – Immagine Wikipedia Commons)

 

L’apoteosi del bacio

Con i moti rivoluzionari d’Indipendenza del 1848 il vessillo tricolore sventola sulle barricate, e nel 1861, caricato dello stemma di Casa Savoia, diventa bandiera ufficiale del Regno d’Italia.
Il dipinto a olio su tela di Francesco Hayez raffigurante due giovani innamorati a figura intera, noto come Il Bacio, è la sintesi geniale delle vicende patriottiche. Tre le sue versioni note, due quelle di nostro interesse: la prima in assoluto, quella del 1859, che allude al volontario che parte per la guerra (oggi alla Pinacoteca di Brera) e quella del 1867 – il patriota rientrato dalla guerra – che celebra con i suoi colori l’Unità e l’Indipendenza conquistata.
Al di là della esegesi artistica del dipinto che lo colloca storicamente come icona del romanticismo italiano, al di là dell’estetica geniale con cui sono distribuiti il rosso e il verde nei particolari del vestiario, Il Bacio del 1867 evoca il battesimo dell’Indipendenza conquistata e la “resurrezione nazionale” attraverso lo scialle bianco splendente disteso in terra e la fonte battesimale presente sullo sfondo. Un inno religioso alla Patria: “Dio lo vuole”. Per gli italiani è il più bel bacio di sempre.

 

Francesco Hayez, “Il Bacio”, 1867, olio su tela cm 112×86
(Immagine Wikipedia Commons)

 

Dalla rappresentazione storica a quella del sentimento

Il bacio alla bandiera è diventato un gesto di commozione che oggi si usa fare di frequente. Una tradizione, questa, che non è sfuggita all’attenzione di grandi artisti per illustrare un evento importante di vita nazionale, doloroso o gioioso che sia.
L’artista Giuseppe Lallich, dalmata dimenticato, con il suo dipinto Bacio alla bandiera – altrimenti detto Testamento di Perasto o Ti con nu, nu con ti –  celebra il gesto. Note le parole che il conte Giuseppe Viscovich – ultimo “gonfaloniere” del vessillo della Serenissima Repubblica di Venezia – rivolge alla bandiera “personificata” deposta sull’altare. Dopo il famoso “Ti con nu, nu con Ti” il conte conclude: “Sia il nostro cuore la tua tomba onoratissima e il più puro e grande elogio siano le nostre lacrime”. Qualche critico d’arte, ignaro di storia, definisce il quadro “recita pittorica”, altri “patriottismo romantico”, ma è il racconto di un evento realmente accaduto e la professione di un sentimento sofferto.

 

Giuseppe Lallich, “Il Giuramento di Perasto”, 1924, “monumentale” olio su tela
(Collezione Associazione Nazionale Dalmati di Roma)

 

All’ideazione pittorica della bandiera personificata evocata dalla Beatrice di Dante e dalla Maddalena di Piero della Francesca si può accostare il contadino-soldato della Guerra Europea di Achille Beltrame. Nel dipinto Bersagliere in convalescenza l’artista lo immagina vestito di tricolore: il berretto rosso, la fascia bianca che sostiene il braccio ferito, la divisa verde. Il bersagliere ferito, diventato bandiera, saluta militarmente il suo comandante che a braccio disteso gli va incontro e – così come Mosè verso il vessillo piantato sul monte dopo la vittoria contro gli Amaleciti – esclama: “Il Signore è la mia bandiera!” (Esodo 17,15).
Nel dipinto di Achille Beltrame (riportato sulle copertine della Domenica del Corriere migliaia di volte), l’omaggio al tricolore si completa con l’anziano contadino anche lui in tricolore che, smesso di lavorare, ammira commosso la scena con il cappello sul petto e le lacrime agli occhi.
Quest’opera esemplare di “patriottismo romantico” è la sintesi del proposto dialogo sulla bandiera tricolore tra storia, cultura e pittura.

 

Achille Beltrame, “Bersagliere in convalescenza”, 1917, olio su tela cm 60×44, particolare
(Collezione Assicurazioni Generali)

In copertina: Prima bandiera tricolore con lo stemma della Repubblica Cisalpina, Reggio Emilia 7 Gennaio 1797, su proposta del deputato e sacerdote Giuseppe Compagnoni

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